La Commissione europea, ancora una volta, si tappa le orecchie di fronte alle richieste del Governo spagnolo di prendere una posizione forte rispetto alle sanzioni che il presidente statunitense ha istituito lo scorso anno verso i giudici della Corte penale internazionale.

L’ennesimo caso in cui Pedro Sánchez alza voce contro l’immobilismo della Commissione europea, ma questa volta non è solo, con lui anche il primo ministro sloveno Robert Golob che sui social ha dichiarato che “la risposta dell’Europa finora non è stata all’altezza della gravità della situazione”, ribadendo che “l’indipendenza dei tribunali internazionali non è negoziabile”.

La vicenda è iniziata più di un anno fa, a febbraio 2025, quando Donald Trump decise di sanzionare i membri della Corte penale internazionale – tribunale indipendente che giudica i reati più gravi – per aver emesso un mandato di arresto internazionale contro il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per crimini contro l’umanità e crimine di guerra. La risposta dell’amico d’oltreoceano è stata rapida: un ordine esecutivo che impediva loro l’ingresso negli Stati Uniti, l’accesso a conti correnti americani e servizi bancari, e congelamento dei beni negli USA. Trattamento che è poi spettato anche alla Relatrice Speciale per le Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese.

“La Spagna non può girarsi dall’altra parte” ha scritto Sánchez su X. “Sanzionare chi difende la giustizia internazionale significa mettere a rischio l’intero sistema dei diritti umani. L’UE non può rimanere con le mani in mano di fronte a questa persecuzione”.

La richiesta dei primi ministri di Madrid e Lubiana è quella di attivare il Regolamento di blocco, uno strumento pensato per proteggere gli operatori dell’Unione europea che effettuano scambi commerciali internazionali – sia di beni che capitali – dalle sanzioni di Paesi terzi che compromettono gli interessi di tutta l’Unione. Il regolamento è stato introdotto nel 1996 in risposta alle sanzioni statunitensi contro Cuba, Iran e Libia.

Trent’anni dopo ci risiamo, ma questa volta quello che i primi ministri vogliono far valere è il principio, ossia la protezione dei membri della CPI.  In questo caso, infatti, le sanzioni non vanno a danneggiare scambi commerciali o transazioni di capitali, bensì le fondamenta del diritto internazionale.

La risposta della Commissione europea è stata tiepida.

“Naturalmente il lavoro della Corte penale internazionale è molto importante”, ha affermato giovedì una portavoce della Commissione UE, Siobhan McGarry, rispondendo alle domande dei giornalisti durante il briefing di mezzogiorno a Palazzo Berlaymont. “La Commissione è consapevole della necessità di fornire un sostegno costante alla Corte, sia finanziario sia diplomatico. E continuiamo a utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per proteggere il suo operato. Abbiamo esplorato e valutato soluzioni concrete e realizzabili per sostenere la Corte e consentire al suo personale di proseguire il proprio lavoro quotidiano. E restiamo in costante contatto con gli Stati membri su questo tema”, ha aggiunto.

La volontà di Sánchez e Golob è di estendere la protezione sotto il regolamento di blocco non solo ai membri della Corte penale internazionale ma anche a quelli delle Nazioni Unite, sempre più nel mirino di Trump. Tuttavia, se si guarda all’immobilismo della Commissione sulle sanzioni ad Israele – con la mancata sospensione dell’accordo di associazione – sembra davvero impossibile che prenda una posizione forte a difesa della CPI contro gli Stati Uniti.

, , , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *